Scholar of metaphysics and Thomist philosophy. Translator, AI illustrator, author. Since 2019 a series of books spanning illustrated classics, theatre, and essays. And before that, blog articles and academic contributions. Film critic and jury member at the Chiaroscuro Short Film Festival and Sacrae Scenae di Ardesio.
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Jury member at the Chiaroscuro Short Film Festival and Sacrae Scenae di Ardesio. Reviews of short films in competition, editions 2024 and 2025.
Chiaroscuro Film Festival →Un documentario che cattura da subito con un mood severo e magnetico: il faro di Akraberg, sulle remotissime isole Faroe, diventa teatro di un racconto visivo e interiore che vibra come le sue luci morenti. La fotografia, spinta e filtrata con intelligenza — in uno stile che richiama il Sokurov di Mat i syn — unita alla camera a mano che ondeggia come il mare, restituisce la sensazione di una vita intera consumata nella solitudine e nella dedizione. Generazioni di guardiani si riflettono nei pensieri del protagonista come lampade che si spengono una dopo l'altra, in attesa di sostituzione, per guidare navi notturne che sembrano non arrivare mai.
Lo script, in lingua originale, è cesellato con cura maniacale e dialoga poeticamente con le immagini lente, potenti, desaturate, spesso attraversate da bagliori volutamente sovraesposti che evocano un tempo sospeso, antico. I messaggi in segreteria della figlia lontana risuonano come contrappunto ai silenzi; i suoni della natura immensa e indifferente delle Faroe si intrecciano con le rare musiche, splendide e calibrate con precisione.
Il ricongiungimento con la famiglia è il momento catartico che chiude il film come un dono inaspettato. Il risultato è un gioiello di puro splendore herzoghiano: un'opera che illumina il senso della solitudine e della memoria con la stessa malinconia leggera di un faro che, giunto il mattino, si spegne.
Gli ottimi titoli di testa aprono ad un film che è un dialogo fra la protagonista, che si muove solitaria in una città volutamente più veloce del fotogramma, alla ricerca di un fantasma, e la città stessa, con la sua folla, che appare algida e indifferente quasi come la natura herzoghiana.
Cast di lusso per un corto che non ha nulla da invidiare alle grandi produzioni. La storia fila liscia pur senza personaggi davvero sfaccettati: ognuno incarna uno stereotipo ben delineato, ma ciò basta a creare complicità e divertimento. La regia è quasi invisibile, sempre al servizio del racconto, senza azzardi ma con scelte costantemente azzeccate. La fotografia si rivela invece più ricercata, con flare ben dosati e contrasti efficaci tra gli esterni abbacinanti e gli interni più caldi. Nel complesso, un ottimo prodotto di intrattenimento raffinato, che non pretende morale alcuna se non quella di un classico racconto di borgata che si conclude con una strana, malinconica, speranza.
Le inquadrature, studiatissime e calibrate con grande attenzione (a volte straordinarie, spesso giocate sul contrasto: campo lungo vs camera a mano, fissa sulla macchina), unite a un uso eccellente della fotografia virata a contrasto elevato, costruiscono un percorso che sembra sospeso tra sogno e ricordo. È come se la vicenda fosse contemporaneamente un'esperienza onirica e un frammento di memoria personale, costantemente intrecciata alla metafora che abita il film sin dall'inizio: la ricerca, con un metal detector, di un oro nascosto nell'infanzia.
A dare profondità a questa dimensione eterea contribuisce anche il caleidoscopio del protagonista, che pare assumere il ruolo di chiave interpretativa: uno strumento capace di moltiplicare e deformare i ricordi, rendendoli più vivi e insieme più inafferrabili. Il film resta criptico fino all'ultimo, e questa scelta non concede appigli facili allo spettatore. La chiusura, affidata alla canzone di Kalus, avvolge tutto in un alone cupo e poetico: un'opera che lascia sospesi, non tanto per ciò che rivela, ma per ciò che decide consapevolmente di non spiegare.
Un bianco e nero strepitosamente rigoroso, con inquadrature che paiono quasi sempre fotografie. La storia si dipana con pennellate precise, affidandosi a una macchina da presa perlopiù ferma: un racconto che ricorda la delicatezza di Kitano in Hana-Bi, nell'uso del centro dell'inquadratura, nei campi larghi, nelle coreografie dei movimenti dei protagonisti. L'impiego di camere a circuito chiuso per avanzare nella narrazione, come pure il gioco di porte e finestre che tagliano l'immagine, rivelano una regia di altissimo livello. Con l'avanzare del film il protagonista si dimostra perfetto e le immagini sempre più nette, come uscite dal grande cinema anni '40 di Welles. Il film si conclude con un'uscita teatrale a destra dei due protagonisti, chiudendo così una vera lezione di inquadratura cinematografica e fotografia.
Interessante ucronia fantascientifica ambientata in un futuro sospeso tra design anni '60 ed estetica anni '80, dove il controllo delle nascite e l'ossessione per figli "perfetti" reggono le relazioni. La fotografia alterna bene i toni patinati e pastello della prova a quelli più sudati e contrastati delle scene iniziali. L'idea è forte, anche se nel breve minutaggio lo script non riesce a costruire fino in fondo il legame fra la coppia e il bambino di plastica. Regia solida, precisa nella direzione degli attori — apatici o antipatici al punto giusto — e nelle scelte d'inquadratura. Suggestive le rotture della quarta parete, sebbene nel mood generale risultino più vezzo che necessità drammaturgica.
Coraggio, toccante e viscerale: un film in un bianco e nero duro come la storia che racconta, affidata a un flusso di flashback e flashforward senza soluzione di continuità, che si fida dello spettatore. È una storia di emigrazione incarnata nella quotidianità di un padre — protagonista assoluto, potente nella sua fragilità — dedito alla figlia e insieme schiacciato dal peso delle sue debolezze umane. La fotografia, rigorosa, lavora con inquadrature quasi sempre immobili, studiatissime soprattutto quando — spezzando la figura del protagonista con tagli inediti e "scolasticamente errati" — restituisce l'immagine della sua interiorità disarmata. Così la vicenda si eleva ad archetipo: l'attesa, l'abbandono, il dolore della perdita, ma soprattutto l'illusione collettiva di un popolo — quello haitiano — sospeso nel sogno americano, che qui appare come un'utopia irraggiungibile.
Corto d'animazione che miscela diverse tecniche, dal tratteggio a matita ai bozzetti incompiuti, dai chiaroscuri caotici agli acquerelli dai toni insolitamente pesanti. La cifra visiva è quella della costante metamorfosi, in dialogo con una OST che parte come remix elettro-dance, accompagnando l'incedere solitario del protagonista: un volto verde che attraversa la città e la propria solitudine, rifugiandosi negli acidi e nelle notti sfrenate in discoteca dove comunque pesa la solitudine, il caos, il bianco e nero. L'incontro con i colori d'infanzia conflagra in un devasto: il disegno si rigenera, l'aria e il vento tornano, la vita si fa più leggera e la musica eterea. Le lacrime — verdi — sono rinascita. Il finale, leggero di musica magnetica che tanto deve ai Popol Vuh di Aguirre, lo vede in cammino: e questo mi basta per ringraziare l'artista per questo momento di intensa redenzione.
Delicatissimo spaccato di un'anziana quotidianità di coppia, raccontato con la splendida sincerità di uno script leggero e al contempo profondo, come solo il reale quotidiano sa essere. Il pretesto narrativo delle scommesse fra i due protagonisti diventa insieme memoria condivisa e sfida al futuro, simbolo di una complicità passata che resiste al tempo e speranza per un futuro insieme. La regia si mette al servizio degli attori, azzeccatissimi e grandiosi soprattutto nel finale, dove con pochi gesti — piccoli ma densi di peso — sanno restituire insieme spavento e intimità. Tutto il comparto tecnico, quasi trasparente, amplifica questa naturalezza, creando un corto sobrio, autentico, solo apparentemente semplice.
Una straordinaria animazione fatta con carta e cartone, un'inventiva degna di un Burton ispirato, una fotografia se possibile ancora più cupa e inquadrature sempre chiuse, quasi asfissianti: questa la perfetta cornice per l'ultima, splendida, storia d'amore e d'orrore di Edgar Allan Poe. Se non fosse per un punto centrale troppo affrettato — durante l'uso della "macchina crea romanzi" (ottima metafora), il montaggio non lascia comprendere appieno il dolore del protagonista morente — il corto avrebbe raggiunto la perfezione. Sarebbe bastato mantenere per tutta la durata la "furtiva lacrima" di Donizetti, montando quella parte sul suo incedere mesto e chiudendo il tutto con la sua struggente cadenza finale: "Ah, cielo! Si può morir d'amor!". Così sarebbe stato da 10; ma un 9, in ogni caso, non glielo toglie nessuno.
Una regia capace e delicata accompagna la storia di una giovanissima ragazza alle prese con le prime ansie dell'adolescenza, che si intrecciano e si scontrano con quelle, uguali e contrarie, degli adulti che ora osserva con occhi nuovi. Tantissimi primissimi piani e un uso potente del bokeh isolano la protagonista, a fuoco in un mondo sfocato, ancora incomprensibile e spaventoso agli occhi di una dodicenne imbarazzata di fronte al proprio cambiamento. Dietro la traduzione di una lettera misteriosa si cela il suo coraggio: diventare donna, farsi madre del fratello, accettare i problemi familiari, leggere con maturità il rapporto fra il padre e la sorella, e infine tradurre in un nuovo equilibrio la sua stessa vita. Una crescita che la porta a non avere più paura di mostrarsi per ciò che sta diventando. Regia curatissima, ritmo lieve, protagonista eccelsa.
È la storia, sospesa tra le ultime ore della notte e le prime luci dell'alba, del viaggio di un'infermiera francese di colore, seguita passo passo da una borsa enigmatica e da una fretta che permea ogni gesto, verso una destinazione che pare la vera protagonista del film. A fare da contrappunto alla sua fretta e alla sua preoccupazione, la città: osservatrice silenziosa, insieme fredda eppure attraversata da inattese gentilezze nelle persone che la abitano. L'alone di mistero è ben gestito e la regia, pulita e assolutamente efficace, orchestra un montaggio che mantiene un ritmo costante e calibrato. Le musiche, poche ed efficacissime, richiamano l'etereo dei Popol Vuh e diventano decisive soprattutto nell'epilogo. Nel finale si disvela il senso ultimo della vicenda, con un'inquadratura costretta dalla porta e al tempo stesso potentissima ed emozionante: una madre che, ancora, mostra al figlio cosa significhi vivere una vita per gli altri.
È l'acqua l'elemento cardine su cui si snoda la vicenda della protagonista: donna sola, appena separata da un marito che sembra avere metabolizzato meglio la rottura. Immergersi, sottoporsi a docce gelate o abbandonarsi all'acqua diventa per lei un modo di calmarsi, riprendersi, guardare la vita da un'altra prospettiva. La protagonista è convincente e intensa, così come la sua controparte — la figlia. Con pochi dettagli ben calibrati si delineano le fragilità e l'instabilità del loro rapporto, mostrando come dietro la risoluzione di un matrimonio si nascondano spesso dolori non elaborati, squilibri difficili da colmare, che non di rado portano a nuovi errori e a incomprensioni più profonde. La regia, precisa e controllata, con un tocco freddo quasi glaciale — come il clima della Manica che fa da cornice al racconto — amplifica e incide ulteriormente su questa tensione emotiva, rendendo palpabile il senso di spaesamento e vulnerabilità.
Con un unico tilt di camera, senza stacchi e con perfette coreografie attoriali, il regista racconta in modo suggestivo e surreale una giornata di festa che si tramuta in tragedia di guerra, nel tempo (molto più che) aristotelico di una cottura sbagliata in cucina. Lo sguardo diviene così, volutamente, disincarnato, rovesciato e filtrato. La finestra sporca dei fagioli e della bistecca che stavano cuocendo diventa insieme provocazione finale e chiave di molteplici letture: un mondo capovolto, dove sopraffazione e inganno prendono il posto di amore e sacrificio. D'impatto l'idea che l'esplosione del piatto cucinato dalla madre copra, quasi per pudore, l'esecuzione della figlia di quattro anni. Un gesto che non smussa l'orrore, ma lo vela, lo copre, lo nasconde come tenta di fare all'inizio, lasciando forse intendere come, anche nella violenza più cieca, debba e possa resistere un residuo di umanità.
Un'interessantissima sci-fi italiana, ottimamente interpretata e sorretta da un comparto tecnico solido, in primis da una regia che sa muovere i fili di un'ucronia fantascientifica pur restando ancorata a girati reali e quotidiani. Le inquadrature e la scelta delle location colpiscono: dall'enorme ufficio asfissiante dove "si vendono le emozioni", alla fugace apparizione di un San Sebastiano — metafora del farsi carico del dolore altrui — fino alla funicolare che trasporta padre e figlia in un tunnel sempre più buio, allegoria perfetta del loro stesso percorso. La trama procede, come quella funicolare, su binari doppi: narrazione e riflessione filosofica. Non offre risposte, ma moltiplica le domande, richiamando la scrittura di Nicholas St. John per The Addiction di Ferrara, dove gli eventi sono strumenti di pensiero. Se da un lato la vicenda pare indulgere nella tentazione di abbandonare i dolori, dall'altro li rivela come necessari: ci formano, ci guidano, ci rendono ciò che siamo. È in questa tensione che il film trova la sua forza: un racconto che non consola, ma scava.
Con un'animazione potentissima, spezzata da stacchi feroci e sostenuta da una musica inquieta, il regista condensa in pochi minuti un universo crudele e affascinante, dove l'ironia più nera si mescola al dolore. I dettagli sono il cuore del corto: i close up sulle creature di creta, devastate eppure vitali; il libro di appunti caotici del loro demiurgo; la distanza abissale tra gli occhi vitrei e spenti del "dio" e quelli umidi, tremanti e meravigliati della sua ultima creatura.
Il film procede su un doppio registro, filosofico e artistico. Le creature abbandonate richiamano i prigionieri della caverna platonica: deformi solo in apparenza, esse vengono distrutte proprio dal loro desiderio di uscire dalla condizione assegnata e raggiungere la verità. I corpi spezzati richiamano i "non finiti" michelangioleschi, spiriti liberi imprigionati nella materia fragile, che tentano invano di emergere dal piedistallo di plastilina. Evocano anche il mito ebraico del Golem, plasmato dall'argilla e mai pienamente vivo. Il demiurgo, crudele e apatico, rimanda al Dio gnostico: un creatore che plasma vita senza darne senso, indifferente alle sorti delle proprie creature.
Quello che ci resta è un senso di rovina, di rivelazione angosciante, di lacerazione... di meraviglia devastante.
L'idea di fondo è originale e ben eseguita, con un montaggio efficace. Gli inserimenti visivi del regista 'maggiorenne', ottimi nella fotografia e nel senso malinconico tipico di uno spazio liminale, lasciano talvolta un senso di artificiosità rispetto alle parti girate dal giovane protagonista. Questa sensazione di 'costruito' spezza parzialmente la fresca spontaneità che pervade il documentario. Curiosa la scelta di quantificare con numeri le risposte degli occupanti degli alloggi, una decisione che ricorda quanto osservato da Saint-Exupéry: "Gli adulti amano le cifre. [...] Sono fatti così. Non li biasimo. I bambini devono essere molto indulgenti con gli adulti." Ci si interroga se le circostanze abbiano già fatto maturare troppo il piccolo regista o se dietro vi sia un'idea 'adulta' del regista maggiore. Questa è solo una delle tante riflessioni che questo splendido gioiello suscita mentre scorrono i titoli di coda.
Ottima direzione artistica che ricorda nel tratto 2D Luzzati e nei colori Schindler's List di Spielberg. Script di poche e dirette parole; cosa tipica dei paesi dell'entroterra italiano, dove sono i gesti e le azioni che contano. Sonoro buonissimo e musica finale splendida, che ricorda l'epica del ricordo di Steven Wilson nel videogame "The last day of June" e che crea un rimando mentale ed emotivo anche alla splendida animazione presente nelle sue hit (su tutte Drive Home). Tutto questo in 4 minuti. Se il buongiorno si vede dal mattino...
La regista intraprende una sentita esplorazione delle tradizioni ucraine, nel tentativo di contrastare quella che appare ancora oggi una propaganda russa di forte impatto. Il risultato è un documentario sincero, anche se non sempre equilibrato dal punto di vista filmico, con un ritmo e una produzione altalenanti. Lo script, a tratti, sembra sfociare nella propaganda anti-russa, ma ciò che emerge con autenticità è il desiderio della regista di indagare a fondo le radici della grande Ucraina. Tuttavia, il documentario non riesce mai a colpire emotivamente in modo incisivo, nonostante la profondità della ricerca e l'impegno della giovane regista siano indubbiamente apprezzabili.
Un film di sguardi, silenzi, gelosia e violenza sotterranea, costruito su una narrativa linearissima, nonostante il 'dilemma' metaforico finale. Il corto riesce a trasmettere l'asfissiante condizione della protagonista attraverso una fotografia intensa, luci contrastanti e un'attenzione costante ai volti dei personaggi. Nonostante l'indubbia abilità registica nel narrare attraverso dettagli minimi e il silenzio, il corto fatica a lasciare un impatto duraturo. Il ritmo sembra non decollare mai, nemmeno nel momento cruciale del tradimento scoperto per caso, e la protagonista risulta più scolpita che cesellata, mancando della profondità emotiva necessaria, un limite imputabile più alla scrittura del personaggio che all'interpretazione dell'attrice.
Un'opera tecnicamente di alto livello, con un ottimo lavoro sul sonoro e una scelta efficace di utilizzare pochissime musiche, che contribuisce a creare un realismo tipico del cinema mediorientale. La trama, semplice ma potente, si sviluppa in maniera apparentemente lineare nonostante un montaggio che intreccia presente e flashback in modo inaspettato, arricchendo gradualmente (ed inesorabilmente) la costruzione del personaggio principale. Il protagonista, impeccabile nella sua interpretazione, affronta le vicende con grande credibilità, grazie non solo a una prova attoriale eccellente, ma anche a uno script solido e ben costruito. La fotografia è di altissimo livello, con ogni inquadratura studiata nei minimi dettagli. Pur non avendolo trovato particolarmente coinvolgente dal punto di vista emotivo, forse a causa della sua impeccabile perfezione formale, il film resta innegabilmente bello, di una bellezza precisa, rigorosa. La bellezza del metodo.
Scritto in modo impeccabile, questo corto presenta un protagonista (villain) cesellato e sfaccettato, nonostante la sfilza di luoghi comuni che volutamente l'autore gli infila nei suoi discorsi. Il tutto risulta incredibilmente credibile, sostenuto da una regia precisa che sfrutta con maestria un montaggio di camere fisse, ben calibrate nelle inquadrature. Lo script è davvero perfetto, sebbene il finale risulti forse un poco prevedibile, proprio per i moltissimi dettagli curati dal regista man mano che i vari protagonisti escono dalla "stanza del peccato per eccellenza": dalla signora che dimostra a malapena gli anni dei personaggi, così abituata ad ignorare la realtà circostante, all'urto del vomito di uno di loro, agli sguardi persi di coloro che sono entrati nell'abisso che nessuna piscina potrà davvero lavar via.
Un paesaggio filmico sospeso, accompagnato da musiche che si basano su tappeti sonori fissi, arricchiti da leggeri solismi, narra una vicenda di presunta perdita di innocenza all'interno di un mondo anch'esso sospeso, antico, tanto rude quanto affascinante. La camera, spesso mobile e a mano, sembra cercare volutamente il colore rosso presente in quasi tutte le scene, come piccole macchie di sangue innocente in contrasto con gli altri colori. La regia è sapiente, la narrazione matura, i protagonisti davvero azzeccati (protagonista davvero splendida), mentre fotografia e produzione sono entrambe di altissimo livello.
L'uso di un formato 4:3 lucido e saturo, che attraversa i decenni accompagnato da musiche d'epoca e fotografie antiche, si rivela una scelta affascinante per riscoprire le ragioni dietro le decisioni avventate di una donna capace di incutere timore e, al contempo, di rivelare la sua fragilità derivante da solitudine e abbandoni. Il montaggio, di stampo classico, permette alla regista di esplorare la storia della nonna con estrema perizia e delicatezza, sebbene senza grande originalità. La protagonista, ormai anziana, si spoglia più profondamente attraverso le sue parole che nelle foto osé di gioventù, colpendo lo spettatore con la sua sincera volontà di chiudere definitivamente con il passato, affidandosi al racconto e alla fiducia nella regista. Un lavoro onesto, interessante e curato, anche nell'uso delle ottime musiche.
È difficile per me mantenere la lucidità nel giudicare questo documentario, che nella sua perfetta semplicità riesce a illustrare esattamente ciò che tutti gli amici che ho sulle Orobie fanno per gestire un rifugio. Un rifugio non è mai solo un'attività commerciale; è un modo onesto per vivere e amare la montagna, e aiutare gli altri a fare lo stesso. Il documentario svolge con virile autenticità il suo compito, documentando il lavoro, la vita, la passione e la dedizione di un rifugista, che per mesi all'anno fa della sua casa a 2000 metri il centro di un'esperienza unica, fatta di scorci mozzafiato e impegno costante a condividere con gli escursionisti il giusto "timore" per la montagna.
Il film è produttivamente buonissimo, non originale e onesto. Esattamente come il lavoro del rifugista, rappresenta un archetipo perfetto di un mestiere d'altri tempi, immutato nelle sue fondamenta. Solo chi ha vissuto la montagna rivive in pellicola queste emozioni, perché ricorda cosa la montagna gli ha lasciato. Ricorda che il ritorno alla terra è capace di salvare l'anima, attraverso l'accettazione della sconfitta, la bellezza di una vetta raggiunta con fatica, l'umiltà di riconoscere la propria piccolezza e la consapevolezza che tutto ciò che si può costruire lì è forse puro dono gratuito (lo dice uno che ha fatto concerti a 2000 metri). È da 8 massimo, ma metto 9 per avermi ricordato quanta malinconia mi pervade quando non vivo certe cose...
Il film si concentra su una ricerca di libertà senza regole, ambientata nel contesto del disagio contemporaneo di un amore giovanile che tenta di sfuggire dalla realtà, fino a quando questa non presenta il conto. L'amore è reso dallo script in modo credibile e intenso. Il regista si focalizza quasi ossessivamente sui volti degli eccellenti interpreti, con lei davvero splendida, utilizzando una regia dinamica che include montaggi con camere a mano, car mount cameras, video da iPhone e filmati in stile questura, tutti supportati da una fotografia estremamente curata.
Come spesso accade, l'assenza di musica rafforza il realismo della messa in scena, facendo emergere con forza il tema centrale del film. Il soggetto invita a riflettere su come una pratica considerata illegale si trasformi in un presunto metodo dello Stato per attirare ladri di professione, finendo però anche per colpire giovani forse colpevoli solo di essere abbandonati in una società ingannatrice, priva di bussole morali o esempi lucidi da seguire. Le lacrime finali, inconsolabili, della protagonista lasciano un amaro sapore di sconfitta e di fallimento.
Con un'estetica vintage, fatta di colori tenui e sfumati, questo racconto intimo è splendidamente interpretato e diretto. Tra fotogrammi appannati, close-up di oggetti quotidiani e gesti pieni di delicatezza, si assiste al ritorno in famiglia di una donna che si riscopre bambina, e di un'anziana che rivela la sua essenza di madre. Il film esplora l'idea di un eterno ritorno delle emozioni, che, quando si scontrano con l'amore familiare, si trasformano in sentimenti da custodire, ripulire dalle scorie del tempo passato lontano gli uni dagli altri, e tramandare di generazione in generazione. Peccato per il finale, che appare affrettato rispetto al ritmo complessivo: non approfondisce il rapporto tra i personaggi, dando la sensazione di una conclusione frettolosa e poco adatta alla profondità utilizzata fino a quel momento.
Un corto lungo e intenso, caratterizzato da un piano sequenza inesorabile che cattura una vita al collasso, pronta a cercare la libertà. Giunta al punto di rottura, la vita del protagonista indiretto al telefono si dipana attraverso un girato tecnicissimo, senza stacchi, dove fotografie d'infanzia si mescolano alla figura di una madre sola, troppo coraggiosa e iperprotettiva, schiacciata da sensi di colpa che si manifestano in borsette che cadono ed esplosioni di pianto opprimente. La regia è splendida, e nei momenti in cui tutto si sublima, si ritrae lentamente, creando spazio, offrendo aria alla redenzione, come se volesse nascondersi per pudore.
Tuttavia, la redenzione non arriva, forse ci si è illusi per troppo tempo, tanto che nemmeno quando l'esterno irrompe sulla scena, il cielo plumbeo sembra negare aria fresca e speranza. La metafora finale — telefonatissima — è il punto più debole di un corto potente come pochi, capace di parlare attraverso poster dei Doors, silenzi, Rolling Stones accennati e luci accuratamente studiate (l'ombra che cala sul finale è un colpo di genio). I clacson delle macchine che 'risvegliano' la protagonista nel finale sembrano scuotere anche lo spettatore dall'incubo narrato, rivelandoci come queste siano storie di solitudini e indifferenza che ognuno di noi conosce bene, troppo reali per non colpirci nello stomaco come una telefonata inaspettata eppure, in fondo, sempre temuta.
Scritto con maestria e delicatezza, questo corto è girato con una classe che traspare nelle scelte registiche e nella composizione dei fotogrammi che riescono a volte a sublimare la realtà della protagonista in quella che sembra poesia verista. La denuncia sociale della contemporanea tragedia economica greca è palpabile nella routine senza pace, quasi asfissiante, della ragazza, narrata attraverso un incontro tra la tradizione teatrale — con una perfetta unità aristotelica di tempo — e la tradizione cinematografica, caratterizzata da un montaggio chiaro, uno script lineare e metafore eloquenti.
Il farmaco antiasma (e ansiolitico) del titolo, che si esaurisce sul finale, proprio quando la vita sembra trovare il vero respiro dell'amore, è una delle tante sottolineature di una regia sapiente, che utilizza silenzi e non detti per raccontare una vita di tentativi e speranze infrante. Appare evidente la denuncia nei confronti del momento storico ed economico greco che (ironicamente?) fu definito "il più grande successo dell'euro". Le delusioni della protagonista diventano il simbolo di un'intera generazione, lasciata sola a vivere di espedienti, e le sue lacrime di fronte ai complimenti inaspettati sembrano incarnare la richiesta di nuova fiducia di un paese intero. Il corto affronta molti temi e, data la sua breve durata, li lascia volutamente in sospeso: potrebbe benissimo essere il pilot di una serie TV, e lascia allo spettatore quella sensazione di "non concluso" che è forse il suo unico vero difetto.
Un perfetto spaccato di vita di un pastore errante in Sardegna, devastato dalle cavallette, da un lavoro che — come il figlio — sembra sfuggirgli di mano e da uno Stato che non offre sostegno, ma solo lontananza e timore. In questo senso, il film parla di abbandono, solitudine e coraggio di continuare a percorrere la propria strada, nonostante tutto. Tecnicamente impeccabile, si distingue anche per l'assenza di colonna sonora, che amplifica la sensazione di realismo.
La trama è semplice, anzi, si potrebbe dire che non ci sia una vera storia. È quasi un documentario sociale che, paradossalmente, trova la sua potenza proprio nel suo (in)credibile realismo e nell'uso di non attori (splendida tradizione italiana). La pellicola si presenta così come un monumento ai problemi di una classe di lavoratori, schiacciati tra la natura matrigna e la globalizzazione satanica, un ibrido tra documentario e simbolo archetipico di resistenza: un docu-monumentario.
Un divertissement che riesce nell'intento di divertire anche lo spettatore, con il pregio di non prendersi mai troppo sul serio, e proprio per questo motivo funziona. La colonna sonora è azzeccatissima, i personaggi sono iconici e ben gestiti, e il tutto si sviluppa in una struttura piacevole, culminando in un finale prevedibile ma comunque efficace. Però è davvero tutto qui.
Produzione di alto livello, con attori molto tecnici, perfettamente calati nei rispettivi ruoli e una storia ben scritta che, pur avendo l'apparenza del banale, nasconde una profondità maggiore dal finale intrigante. La regia, sebbene forse un po' scolastica, è estremamente funzionale. Le musiche, leggere come il tono generale del film, accompagnano con precisione e rafforzano la sottile ironia che pervade la narrazione. Interessante.
Un gioco di specchi, una dichiarazione d'amore per il teatro che riflette, come in un incantesimo, una storia di gelosia tra ragazzini. Così autentico nel mettere a nudo le emozioni attraverso il gioco teatrale, riesce a fondere la sublime leziosità di un amore shakespeariano irreale con la verità cruda di sentimenti giovanili. È una lezione di cinema classico: ritmo perfetto, camera sempre al centro dell'azione, e una composizione dell'inquadratura studiata nei minimi dettagli, dove anche i lati 'parlano' sin dai titoli di testa. L'assenza di musiche, in linea con il verismo contemporaneo, amplifica la potenza del silenzio, che alla fine dice molto più di qualsiasi melodia. Il silenzio dell'innocenza. Un vero gioiello.
Una sceneggiatura ben costruita, sebbene a tratti un po' affettata e innaturale, affidata a interpreti solidi e a una regia attenta e precisa: questo sono i capisaldi del corto, capace di colpire lo spettatore senza mai eccedere, grazie anche alla continua speranza che traspare nei dialoghi. Gli inserti musicali, minimalisti e caratterizzati da pochi temi melodici affidati a diversi solisti, funzionano come una malinconica riproposizione musicale dei soliloqui delle telefonate di lavoro della protagonista. L'idea generale è originale e di buon impatto. La fotografia, di altissimo livello, a volte 'spinge' troppo: avrebbe forse avuto più potenza un ricordo di lui mentre osserva in libreria un bambino leggere, piuttosto che lo sfogliare di libri, ma l'autore ha fatto una scelta diversa. Mi accontento di dare un 9 con plauso.
Un protagonista potentissimo, sostenuto da un film altrettanto intenso e sincero, che riesce a raccontare parte della sua storia attraverso immagini di straordinaria potenza, magistralmente fotografate. Il montaggio è impeccabile, e l'idea di utilizzare tre donne molto diverse per delineare la vita del protagonista si rivela particolarmente efficace. Il sonoro, sempre delicato, accompagna le pacate parole del protagonista, che alternano ricordi di profonda emozione e di rara violenza. L'uso del parlato fuori campo evoca la pacata profondità del narratore onnisciente di Malick, mentre la connessione con la natura, che incornicia le sue riflessioni, richiama alla mente il miglior Herzog. La canzone finale fonde elementi orientali e occidentali in un connubio di rock e scale turche, chiude il film con un finale dal ritmo inaspettatamente rapido lasciando lo spettatore con più domande che risposte e un inedito, inspiegabile, senso di malinconia.
Il film si distingue per una regia sapiente e accurata, con inquadrature sempre ben studiate, a volte prevedibili, ma comunque efficaci. Il montaggio è orchestrato in modo fluido, e la recitazione è in puro stile italiano, supportata da una produzione di alto budget, ben sfruttato in ogni aspetto tecnico. Tuttavia, la storia sembra arrivare a una conclusione troppo rapida, non lasciando spazio ai tre personaggi centrali per sviluppare un percorso di approfondimento. Questo limite fa sì che l'intero film appaia quasi come un pilot per un lungometraggio, piuttosto che un'opera completa e autosufficiente. Buona la musica, mai invasiva o fuori tema, con ottimo crescendo durante l'apertura della scatola con la croce.
L'inizio richiama Herzog, con inquadrature studiate che contrastano efficacemente con le immagini successive, dove i soggetti appaiono minuscoli di fronte alla maestosità della natura, evocando i quadri romantici di Friedrich. La storia riflette un universo lontano, esplorato con delicatezza che permette di capire chi vive lì, nell'attesa, e si chiede quale sarà il futuro di un'isola in perenne attesa. Questo documentario si basa principalmente su una fotografia meravigliosa, una narrazione fuori campo e un montaggio per opposti che riesce a catturare l'essenza del racconto. Essenza che però rimane tale: il soggetto avrebbe meritato almeno un mediometraggio, ma si capiscono le esigenze di budget e di commercio.
La tecnica della stop motion è impeccabile, con un notevole debito nei confronti di Wall-E nelle inquadrature iniziali in piano sequenza, eseguite con un 3D straordinario, e un chiaro omaggio all'immaginario anni '60/'70, evocato sia nella colonna sonora che nel design e nella direzione artistica, che ricordano l'estetica di Fallout e di Stray. Tuttavia, la storia, chiara e prevedibile fin dalle prime battute, risente di una linearità ordinaria che ne riduce l'impatto complessivo, penalizzando un'opera che, dal punto di vista visivo, sarebbe degna di un 10. Nonostante ciò, questo film rappresenta uno sforzo produttivo straordinario per l'animazione italiana contemporanea, meritando un plauso e il mio voto più alto.
Ottima fotografia per una storia ben scritta, ben recitata e diretta con grande cura. Nonostante alcuni momenti che puntano all'ironia, ma non riescono a centrare perfettamente i tempi comici, il risultato complessivo resta convincente. La confezione di questa ucronia è di alta qualità, anche se la narrazione soffre di una certa mancanza di pathos. Spicca, invece, il personaggio del venditore, che con poche e incisive pennellate riesce a delineare uno squalo dal sorriso satanico.
Splendido fin dai titoli di testa, sporchi, ritmati e oscuri, che evocano lo stile di un film alla Gaspar Noé con il tocco di ordinaria follia tipico di Black Mirror. Costruito con precisione, il corto brilla per le sue idee di sceneggiatura e realizzazione, riuscendo a creare un senso di straniamento sci-fi utilizzando oggetti quotidiani, senza ricorrere a veri elementi fantascientifici.
Si arriva a capire che la scienza non può essere trattata come una fede o un'ideologia, ma deve essere riconosciuta per la sua natura fallibile. È una lezione elementare di epistemologia: ciò che comprendiamo non è né la cosa in sé, né il fenomeno nella sua interezza. Se il fantasy rappresenta una realtà non ancora "scientifizzata", allora dovremmo riflettere attentamente su cosa consideriamo come realtà, poiché il rischio di cadere vittime di un eccesso di scientismo è reale. È un monito da ripetere a loop, ancora e ancora. Forse l'unico loop che potrebbe salvarci dalla follia. Un piccolo capolavoro.
Tecnicamente impeccabile, il film racconta la storia immobile di un santo in una città caotica e indifferente. Egli si dedica a seppellire donne sconosciute, quasi a rendere loro il giusto omaggio secondo il volere divino, e a piantare alberi appena nati, simbolo di speranza per un paese apparentemente privo di pietà, desaturato e scuro come il filtro fotografico dell'intera pellicola. Anche l'aridità della terra pare riflettere l'aridità morale della nazione, contro la quale il protagonista — novello Elzéard Bouffier — combatte con la pazienza del silenzio e un innaffiatoio bucato dall'acqua infinita.
Il film esplora il settimo atto di misericordia corporale cristiana, "seppellire i morti", forse l'atto di carità più ecumenico, poiché qui il cristianesimo incontra Allah e l'arte orientale del nokan (cfr. il film Departures). Accompagnati da questi ricordi che sovvengono alla memoria, assistiamo alla delicatezza dell'anziano protagonista, che, come un padre amorevole, accompagna le sue numerose 'figlie' nel loro ultimo viaggio, salvando così l'anima di un intero paese e forse anche la nostra.